due o tre

Nel brano evangelico di questa domenica, possiamo identificare alcune parole chiave, una specie di vocabolario fondamentale della vita cristiana.

Senza seguire l’ordine di comparsa, partirei da “cielo” e “terra”, forse le parole che contengono le coordinate fondamentali della nostra vita. 

Abbiamo ascoltato: «Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà». Gesù aveva detto a Pietro e poi lo dirà a tutti gli apostoli: «tutto quello che legherete/scioglierete sulla terra sarà legato/sciolto in cielo».

“Cielo e terra” è un binomio talmente importante che Gesù ce lo ha consegnato anche nella preghiera del Padre nostro.

Terra è l’area di tutto ciò che è direttamente accessibile nella nostra esperienza di vita. È ciò che si vede e si tocca. È ciò che nasce, cresce, invecchia e muore. 

Terra sono i sentimenti, spesso così travolgenti, ma anche così effimeri. Terra è lo spazio di tutto quello che passa, quello che è stato creato dal nulla e al nulla ritorna. 

Terra è l’area delle opinioni, delle culture, dei modi di fare, delle mode. Terra è quel tempo che, come diceva la mia maestra, “passa e non torna più”.

Cielo invece indica l’area di ciò che è definitivo, stabile, eterno, immutabile, incancellabile; che non è soggetto a cambiamento, a giudizio, a intervento umano.

Cielo è quel bene che emerge come tale sopra ogni giudizio; cielo è quella bellezza che non dipende dai gusti, ma risplende e attrae al di sopra di ogni gusto; cielo è quella verità che non è scelta di compromesso tra maggioranze e minoranze mutevoli; la verità che non è semplice opinione, ma luce che orienta, guida e libera.

“Terra” e “cielo”, non sono da confondere con “presente” e “futuro”, prima di tutto perché il cielo è al di sopra del tempo; non è qualcosa che deve venire, ma è da sempre e resta per sempre, quindi è sempre presente, attuale e vitale.

In fondo “cielo” e “terra” è ciò di cui siamo fatti: in questa terra viviamo e ne siamo parte, ma abbiamo un insaziabile desiderio di “cielo”: siamo provvisori, ma siamo fatti per l’eternità.

La grande inquietudine, la grande attesa di una persona consapevole di se stessa è quella di aggrappare tutto ciò che siamo e tutto ciò amiamo sulla terra al “cielo”.

“Vorrei che questo momento non finisse più”… chi non lo ha pensato, quando ha scoperto l’amore, la bellezza, la verità?

Come raggiungere dunque il cielo? come aggrapparci a ciò che resta per sempre? Come fare per non essere inghiottiti dall’imbuto della provvisorietà, della caducità, da quel niente dal quale proveniamo e che ci insegue e sembra volerci inghiottire?

E forse proprio la nostra epoca, così tecnologica e così ricca di possibilità, ci offre mille modi per eludere il problema, facendo finta di niente, vestendosi a festa e circondandosi di emozioni da consumare una dietro l’altra.

Oppure si elude il problema macinando avvenimenti e notizie una dietro l’altra, senza lasciarsi interpellare in profondità dalla storia.

La terza parola purtroppo è nascosta dalla traduzione; è poco usata nel Vangelo ma è così centrale nella nostra vita di fede: “Εκκλησία” significa letteralmente “comunità convocata”: «Se non ascolterà (i due o tre testimoni) dillo alla Chiesa (noi abbiamo trovato nel testo “comunità”) e se non ascolterà neanche la Chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano».

Abbiamo anche riascoltato, quasi uguali, le parole rivolte non più solo a Pietro, ma a tutti i discepoli, cioè a tutta la Chiesa. «Tutto ciò che scioglierete sulla terra, sarà sciolto in cielo… legato in cielo…». Perché Pietro non è un solista: a lui è affidato in modo personale, un dono e una responsabilità che è di tutta la Chiesa.

La Chiesa dunque emerge nel Vangelo come un mistero di piccolezza e perfino di fragilità. È una realtà sacra e santa: è il capolavoro di Gesù, ma è anche una realtà così concretamente accessibile. 

Appare come una realtà perfino banale, insignificante, esigua tutt’altro che perfetta, se può ridursi – come abbiamo sentito – a due o tre, che sono già sufficienti; se è fatta di gente che perfino litiga, che sbaglia, che ha bisogno di regole di convivenza. 

Ma la Chiesa è veramente la porta del cielo, perché lega e scioglie sulla terra per il cielo, cioè aggancia la nostra precarietà alla santità di Dio.

Come ci hanno ricordato i vangeli delle scorse domeniche nei quali nel volgere di pochi secondi Gesù ha dato a Simone prima del “Pietro” e poi del “satana”, essere nella Chiesa è qualcosa che non sta mai fatto, è il cammino di tutta un’esistenza, perché la miglior vita che si possa vivere sulla terra, non sarà mai all’altezza di quel cielo a cui siamo chiamati.

Per questo il Signore ci consegna alcuni insegnamenti riguardo ai fratelli che sbagliano. 

Si tratta soprattutto degli errori contro la verità e contro il bene, si tratta degli errori contra la vera carità. Sono cose che non devono darci tregua: davanti all’errore non possiamo rassegnarci… dobbiamo fare tutto il possibile per rimediare.

Come è bello vivere in una comunità in cui gli errori e i travisamenti non ti sono rinfacciati allo scopo di umiliarti, ma solo per aiutarti a camminare… una comunità in cui tutto un mondo si mette in moto per cercare sempre e solo il mio bene.

Comunità di persone fragili, ma comunque fratelli, attratti dalla stessa parola, in cammino verso la piena comunione con Cristo; comunità anche piccole, due o tre persone, una minoranza esigua, un pugno di lievito, ma che con la loro preghiera diventano tempio della presenza di Dio onnipotente in mezzo agli uomini.

La Chiesa può apparirci avvolta della colpevole fragilità degli uomini, della nostra fragilità, perché (ce lo insegna Simone, che è Pietro e satana insieme) tutti noi siamo nella Chiesa con un piede dentro e uno fuori, ma sappiamo anche vedere i miracoli che Dio compie in mezzo a noi: la fedeltà nell’amore, il perdono, la cura dei poveri e dei piccoli, la forza di sopportare il male, di prendere la croce, di camminare un passo dietro l’altro, di rialzarci dopo ogni caduta, di farci coraggio l’uno con l’altro. Quanta bellezza nella Chiesa di Cristo!

Finché cammina in questo mondo, la Chiesa resta un campo di grano infestato dalla zizzania e solo Dio può giudicare perfettamente ciò che è suo, ma è comunque in questa Chiesa concreta che terra e cielo si corrispondono, smettono di essere mondi contrapposti e arrivano a diventare perfino lo specchio l’una dell’altro.

Cielo. Terra. Chiesa. Correzione fraterna… c’è un ultima parola, bellissima, (anche questa purtroppo nascosta nella traduzione): sinfonia.

«Se due di voi si metteranno d’accordo – letteralmente “sinfonizzeranno” – per chiedere per qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà». 

Non so se possiamo proprio vantarci di avere una bella voce davanti a Dio. In ogni caso l’Altissimo ama talmente la sinfonia che impegna tutto se stesso a creare ogni giorno armonia anche dai nostri meschini belati.

Prima di farsi mangiare dai leoni nel Colosseo, Sant’Ignazio di Antiochia lasciò scritto ai suoi fedeli: «Studiatevi di fare coro!».

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